“Se vogliamo raggiungere una vera pace in questo mondo, dovremo incominciare dai bambini.”
Mahatma Gandhi

Nascita di Gaia e Jacopo (in ospedale)

Testimonianze

NASCITA DI GAIA E DI JACOPO (IN OSPEDALE)

 

Due settimane e mezzo prima del termine, verso la una di notte, mi sveglio e mi sento un po’ strana. Vado in bagno e camminando sento un liquido caldo che mi scende sulle gambe fino a creare una bella pozzetta per terra...ho perso le acque! Lo spiegano al corso pre-parto e lo raccontano le donne che hanno già partorito. Ora però succede proprio a me e sento un misto tra euforia e una strana tranquillità: mi sento più sicura e determinata di quanto lo sia normalmente, forse anche perché sono in anticipo rispetto al temine e non ho fatto in tempo a provare l’ansia dell’attesa. O forse sono gli ormoni che provocano quell’inatteso stato di rilassamento!?

Avviso mio marito che dorme ancora. Non ho ancora capito adesso se si è reso subito conto che era giunto davvero il momento tanto atteso. Continuo a fare le mie cose anche perché non ho dolore. Poiché ho già perso le acque decidiamo di avviarci verso l’ospedale (nel frattempo mio marito si è ben reso conto della situazione e il suo sguardo, oltre ad essere allucinato, è pieno d’amore e vicinanza nei miei confronti...). Le contrazioni sono già regolari e il dolore è aumentato gradualmente in poche ore. In ospedale mi accolgono bene. L’unica cosa che avrei evitato è la compilazione di una specie di formulario. Ormai faccio fatica a camminare e a stare in piedi. Desidero solo stare tranquilla senza pensare a niente e con vicino a me il minor numero possibile di persone. La levatrice mi misura le contrazioni e la dilatazione. Siccome sono già a buon punto vado in sala parto dove ho la fortuna di trovare la vasca con l’acqua calda: secondo me attutisce il dolore e rilassa tutto il corpo durante il travaglio. Una cosa che mi serve moltissimo quando sono fuori dall’acqua (non l’avrei mai pensato), è la corda che pende dal soffitto: durante le contrazioni la tiro forte e mi pare di prendere il dolore e “buttarlo” su quella “magica“ corda. Una sensazione che aiuta a sopportare meglio le contrazioni, sempre più intense e ravvicinate. Certo non avrei mai immaginato di trasformarmi in Tarzan appesa alle liane proprio durante il mio parto...

Verso le sei o le sette di mattina, ho l’impressione che tutto sia cambiato, quasi come in un film quando cambia la scena, ma non per la scenografia, bensì per la trasformazione delle sensazioni nel mio corpo: non sento più le contrazioni e il dolore è cambiato se non scomparso. Sento dentro un impeto, una voglia pazza e incontrollabile di spingere. Non credo di essermi mai sentita così forte in vita mia, non ero neanche più io a decidere cosa fare. Ho quasi paura. La natura è più forte di me e questa sensazione mi sconvolge per la sua inattesa e imprevedibile intensità. Non succede spesso di sentirsi così in sintonia con il proprio corpo e di non potere fare assolutamente niente per bloccare ciò che senti. Sempre più la forza della natura preme da dentro e mi fa partorire. A quel punto sono su un seggiolino che chiamano “maya” e mio marito è seduto dietro di me. Durante tutto il parto l’ho sentito presente con dolcezza e discrezione proprio come desideravo. In quel momento gli tengo le mani e, a quanto mi racconta (io non ho ricordi così dettagliati), gliele tiravo come una matta ad ogni spinta. La sua sedia ha le rotelline e ad ogni “tirata” va qua e là col rischio di finire lui nella vasca da parto…Sarebbe una scena esilarante! Scherzi a parte, in quella posizione sento di nuovo il Tarzan (o meglio Jane, visto che siamo noi donne ad avere la fortuna di far nascere i bambini) che c’è in me (e in ognuna di noi) e...AAAaaaaaaaHHHHH spingi, spingi e spingi...plouf...la mia piccola è nata!!!

L’emozione che provo quando mi trovo tra le braccia la mia bambina è assolutamente indescrivibile. Felicità pura. È un vellutino caldo e morbido sul mio corpo ed io sono (e sarò per sempre) la sua mamma.

 

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Rieccomi, appena un anno e mezzo dopo aver avuto la prima volta tra le braccia la mia piccola di velluto morbido. L’avventura continua e un lunedì mattina di fine gennaio, mentre dormo con il mio grande pancione e mio marito di fianco, mi sveglio per uno strano dolorino di tipo pre-mestruale al basso ventre. Sono i primi segnali. Poi mio marito va a lavorare e io, a casa con mia figlia, preparo pian pianino le cose per andare all’ospedale. Mentre cambio Gaia sul fasciatoio, ho già le contrazioni e pratico la respirazione che mi era stata insegnata. Lei mi osserva con lo sguardo da birba e respira con me soffiando come “un mulinello”, quasi a voler fare la mia caricatura. Mi fa proprio ridere!

In brevissimo tempo le contrazioni aumentano sia di frequenza sia di intensità e presto sono così forti da non potermi alzare per prendere i vestiti. Chiamo mio marito. Quando arriva la situazione è già cambiata; sono quasi un po’ preoccupata perché ho già avuto voglia di spingere un paio di volte. Partiamo al volo salutando la nonna e la nostra primogenita che dalla finestra fa ancora smorfie tipo “soffietto per il camino”.

Arrivati all’ospedale, la levatrice mi visita e annuncia che sono già completamente dilatata e pronta per il parto. Stranamente però non sento più le spinte ed è come se tutto si fosse fermato all’improvviso. Entro comunque nella solita vasca, ma forse attutisce ancor più le sensazioni. Rimango nell’acqua calda ad aspettare che succeda qualcosa. Non ho ancora perso le acque e la levatrice decide di bucare il sacco amniotico con una specie di uncinetto. È una sensazione spiacevole, non è dolorosa, ma la vivo come un’odiosa intrusione nel mio corpo. Appena perse le acque riparte tutto. La mia ginecologa, che nel frattempo è arrivata, mi chiede se desidero partorire in acqua o uscire. Decido di rimanere non tanto perché desidero a tutti costi un parto in acqua, ma solo perché non ho più nessuna voglia di spostarmi. Le spinte sono meno forti rispetto al primo parto  (forse a causa dell’acqua calda); spingo un po’ io di proposito e dopo un po’ diventano molto intense, e in un attimo mio figlio è qui. Un dolce pesciolino (pesciolone...di 4 kg..!) comparso tra le mie braccia come se stesse nuotando. Che meraviglia! La sensazione più bella che esista. Benvenuto bambino mio!

 

Nel secondo parto ho notato con stupore e piacere che non c’è stata alcuna lacerazione benché il bebè fosse grande e pesante. Non è stato necessario nessun punto e dopo il parto potevo sedermi e muovermi esattamente come prima. Credo che questo sia una prerogativa del partorire in acqua che -come detto- attutisce tutto, forse anche la forza con cui esce il bambino.

In entrambi i parti sono potuta rimanere a godermi i miei bambini in braccio per più di due ore nella sala parto. Ricordo quelle ore come un’esperienza intima e dolcissima sia con i miei bambini che con mio marito che ha cominciato a sentirsi papà forse quando ha fatto ai nostri figli il loro primo bagnetto.

Per entrambe le gravidanze e i parti ho avuto la stessa ginecologa che, come me, ritiene che il parto naturale sia la cosa migliore sia per la mamma che per il bambino. Mi sono sempre trovata sulla stessa lunghezza d’onda con lei e forse anche per questo ho avuto l’impressione che all’ospedale nessuno cercasse di impormi cose che non volevo. E’ anche vero che ho avuto dei parti molto fortunati e senza nessuna complicazione, ma forse il fatto di non aver deciso prima niente in particolare (né a tutti costi parto in acqua, né quella o quell’altra posizione, ecc.) ha reso tutto più rilassante. Avevo detto che desideravo un parto naturale e possibilmente senza epidurale, ma se ci fossero state complicazioni mi sarei adattata senza problemi a quello che era necessario fare. Ho avuto la fortuna di sentirmi ascoltata e di essere aiutata da mio marito, che ha sempre rispettato le mie sensazioni, e così la natura ha potuto fare il suo corso senza incontrare ostacoli.

 

Veronica, docente di scuola speciale