Quando parliamo di diritti dei bambini, molto spesso pensiamo alla scuola, alla famiglia, alla protezione dalla violenza e dagli abusi. Ma c’è una domanda che dovremmo porci più spesso:
Il neonato e la neonata non fanno anche parte dei bambini da proteggere?
Perché, se prendiamo sul serio il loro diritto alla protezione, allora dobbiamo partire dall’inizio. Prima delle parole. Prima dell’educazione. Prima dell’insegnare a dire “NO”.
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Prevenzione primaria significa partire dalla nascita
Oggi investiamo molte energie nell’insegnare ai bambini a riconoscere ciò che è sbagliato o pericoloso. Ma questa è già prevenzione secondaria: interveniamo quando qualcosa forse non funziona come dovrebbe…
Ogni essere umano nasce con un senso innato della propria unicità, sicurezza e dignità.
Se dobbiamo “ri-insegnarlo”, significa che qualcosa forse non è andato nel verso giusto molto prima, nella fase primale, quella pre-verbale, in cui le esperienze vengono registrate nel corpo e nella psiche più profonda.
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Il neonato è una persona. A pieno titolo.
Eppure, spesso il neonato non viene percepito come un bambino da proteggere a tutti gli effetti.
Si pensa che “non capisca”, che “non senta”, che “non ricorderà”.
Eppure il suo cervello registra tutto.
Il suo corpo risponde.
La sua fiducia, la sua “autostima” si costruisce — o si incrina — fin dal primo istante.
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Quando il bisogno naturale viene negato
Cosa vive un bambino quando:
- nasce prima di essere pronto (induzioni non necessarie);
- nasce con un intervento non fisiologico (cesareo elettivo senza motivi medici);
- viene subito separato dalla madre, unico luogo sicuro che conosca;
- viene manipolato da mani estranee proprio nel momento dell’imprinting?
Forse potrebbe imparare, senza parole, che la sua “prima scelta”, il suo bisogno istintivo più profondo di protezione, calore, contatto col corpo della mamma, non ha valore.
Potrebbe comprendere che deve accontentarsi della “seconda scelta”:
una vicinanza estranea, una separazione e una manipolazione considerate inevitabili (secondo i protocolli) anche quando non sono necessarie.
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Le emozioni che non si possono dire
Se il suo bisogno di essere accolto con amore e rispetto viene disatteso, cosa rimarrà nel suo inconscio? Potrebbe rimanere l’impronta di un risentimento muto, profondo, senza voce, sommerso per tutta la vita se poi non fosse riconosciuto, compreso e consolato.
Quando il delicato meccanismo ormonale dell’imprinting viene disturbato e, al posto del corpo della madre, il neonato incontra mani e ambienti estranei, la sua fiducia primordiale nella vita viene involontariamente “tradita”. Quella fiducia che gli farebbe sentire: “la vita è buona, posso fidarmi degli altri”.
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Parliamo di trauma della madre. Ma il bambino?
Oggi finalmente riconosciamo che molte mamme (si stima un 30%) hanno un ricordo traumatico del parto.
Ma non sarà traumatico anche per il neonato?
Fino a pochi decenni fa i neonati venivano sculacciati e subito allontanati dalla mamma. Persino gli interventi chirurgici sui neonati si facevano senza anestesia. Non per “cattiveria” ma perché si pensava che “tanto i neonati non sentono”.
Questa mancanza di rispetto del bambino purtroppo ha lasciato delle tracce che a volte si sentono ancora oggi.
Le neuroscienze e gli studi dello prischiatra Cyrulnik lo confermano: la resilienza nasce da un attaccamento sicuro nella fase primale della vita.
Non dopo.
Non solo con la parola.
Non solo con l’educazione.
Per questo, oggi, diciamo forte:
Nascere bene è il primo diritto di ogni bambino.
Non possiamo parlare di diritti dell’infanzia senza parlare del primo diritto dei bambini:
quello di venire al mondo nel rispetto dei loro bisogni, della loro dignità, della loro fisiologia quando è possibile, o con le cure mediche più approriate quando sono davvero necessarie.
Perché la pace, la fiducia e la capacità di amare iniziano da lì.
Dal primo respiro.
Dal primo sguardo.
Dal primo contatto.