“Se vogliamo raggiungere una vera pace in questo mondo, dovremo incominciare dai bambini.” Mahatma Gandhi

Concorso di scrittura “Storie di parto” – le testimonianze

Scrive Silvia Vegetti Finzi: «la nascita rappresenta per ciascuno il periodo inaugurale della sua storia, ma l’evento non riveste il significato che potrebbe avere, come se una congiura del silenzio ne avesse decretato l’irrilevanza. […] Quella pagina bianca nella storia del mondo è stata occupata da un linguaggio, quello medico, che ha imposto con autorità le sue categorie e il suo lessico. […] Chi cerchi di parlare di gravidanza e di parto cominciando da sé, con fedeltà ai propri vissuti, si imbatte inevitabilmente nella barriera del “già detto” che gli nega il passo, che parla per lui, impedendogli di trovare le espressioni che corrispondono all’intimità del suo sentire».
Il concorso di scrittura “Storie di parto” è proposto dall’Associazione Nascere Bene Ticino (ANBT) con sede a Lugano, la quale promuove il benessere di mamma e bambino durante il percorso della nascita e favorisce nei genitori una scelta consapevole e basata sulle evidenze scientifiche. Lo scopo del concorso è valorizzare il ruolo della narrazione nel rendere visibile l’esperienza della nascita, che per molti aspetti è considerata ancora un tabù, e farne oggetto di condivisione pubblica. Nel caso di un parto traumatico, inoltre, la scrittura si presenta come un alleato terapeutico e una risorsa per elaborare il proprio vissuto.

Bando del concorso – febbraio 2021

Serata conclusiva concorso di scrittura “Storie di Parto” – 12 maggio 2021

I testi che hanno partecipato al concorso verranno pubblicati periodicamente.

Contenuto della fisarmonica

È passato molto tempo dai giorni dei parti delle mie tre figlie, quasi vent’anni, eppure se ripenso alla linea temporale della mia vita, c’è stato un prima e c’è stato un dopo. Lasciamo stare quello che ne è seguito, il porta bambini ad ovetto appoggiato sul tappeto del salotto con la prima figlia infagottata in una tutina di spugna a righe, e il senso di smarrimento mio e del suo papà quando ci siamo guardati negli occhi realizzando concretamente per la prima volta che un essere umano dipendeva da noi in ogni piccola scelta, e che toccava decidere chi tra noi due si sarebbe assentato per fare la spesa o per concedersi una doccia, tutte quelle piccole cose che nella vita precedente, da giovane coppia con mille interessi, non avevano ai nostri occhi neppure la dignità di “attività” a pieno titolo. Lasciamo stare lo stravolgimento personale di una vita, o meglio di due, che da quel momento hanno cessato di esistere in quanto vite singole e sono diventate una famiglia. Lasciamo stare i momenti gloriosi, le soddisfazioni e le gioie, e lasciamo stare la fatica, le magagne, i giorni un po’ così e le paturnie che fanno parte di ogni vita. No, parlo d’altro. C’è stato un prima e un dopo nella mia percezione della vita, e mi sorprendo quando sento che esistono al mondo anche donne che provano questa trasformazione pur senza partorire figli. Perché il parto, dare la vita, consacrare la propria vita alla continuità, non è l’unica strada possibile, e come ogni scelta forte non deve venir sminuita dalla paura dell’impossibilità di far senza. Avremmo potuto fare altro: abbiamo scelto di fare figli. Una scelta sacra, una scelta scriteriata ed irresponsabile, se pensiamo ai numeri della sovrappopolazione che affligge il pianeta. Ma non facciamoci sviare dai numeri e dall’etica.

La prima figlia, Lila, è nata ventiquattro anni fa, quando io di anni ne avevo trenta, e mi faceva ridere l’espressione “primipara anziana”, perché a trent’anni una ragazza degli anni Novanta, come del resto ancora oggi, si sente ancora una ragazza, non propriamente una donna, anche se è sposata da sei anni e ci ha messo tutto l’impegno per convincere il marito che avere figli sarà bellissimo, che in ogni caso non riesce ad immaginare una vita senza. Salvo poi scoraggiarsi di fronte alle reticenze maschili, e quasi rinunciare all’idea, pensando che tenersi un uomo che si ama è pur meglio di niente, meglio uno che deviare su qualcuno più disponibile a creare un nido ma meno amato. Meglio una carriera di sicuro successo (come sono sempre le carriere nelle intenzioni degli esordi) che una vita a fare la madre, e poi al mondo ci sono tante cose interessanti da fare: viaggi, esperienza, persone, passioni e impegni. Insomma, devio anche ora per non arrivare alla turbina della potenza, nei ricordi. Mi perdo nella mia storia personale per dribblare sui fatti importanti. Lila è nata con un parto indotto, due settimane dopo il termine e con me in pre-eclampsia, pressione alta alle stelle e rischio reale di lasciarci le penne. Durante il ricovero nei giorni precedenti al parto, la mia amica del cuore è venuta a trovarmi in ospedale, mi ha portato un mazzo profumato di belle rose bianche e mi ha raccontato della sua complicata situazione sentimentale. Alla sua partenza, l’infermiera che mi ha misurato la pressione ha decretato che era alle stelle: tapparelle abbassate e divieto di ricevere altre visite. E fiale di magnesio in vena, che mi rendevano drogata di rilassatezza: avevo l’ordine medico di non fare nulla, una sensazione bellissima per una ragazza fin lì molto attiva. Si era in febbraio, e fuori era caldo, sentivo il sole attraverso le tapparelle abbassate. La bambina era pigra e non intendeva nascere, o forse ero io che avevo ancora voglia di tenerla con me. Fatto sta che la ginecologa ha deciso di indurre il parto con degli ovuli, ed è iniziata la rumba. Prima dolorini sordi, poi sempre meno educati e rispettosi della mia integrità fisica. Ad un certo punto,  dopo ore di travaglio, mi sono ricordata di un libro di antropologia sui Dogon o qualche altra popolazione, che diceva come urlare faciliti il parto, e ho scelto di scordarmi di essere una ragazza beneducata di buona famiglia. Urlare ha aiutato. Poi, c’era lei, era c’era forza vibrante in tutta la stanza, e in noi, e nelle persone attorno a noi. Prima di partorire, ero credente. Praticante, addirittura. Andavo a messa, facevo ritiri spirituali, tenevo corsi per i fidanzati prima di sposarsi in chiesa, cose così. Poi, sempre prima di diventare mamma, sono andata in India, ho scoperto nuove idee, nuovi concetti di religiosità, ho ballato con i sufi e cantato la Om sul Gange. Ma nei momenti di difficoltà, sempre dentro di me pregavo “Aiutami, Padre”. Un giorno stavo tuffandomi dal trampolino, e ho capito di essere abitata dalla presenza di un’altra vita, un merulino. Nei giorni precedenti era stata concepita una bambina: così nove mesi più tardi è nata Lila, un nome sanscrito che significa “la forza giocosa che fa girare il mondo”. Per battezzarla abbiamo dovuto trovarle un nome che andasse bene alla Chiesa, e la scelta è caduta su una santa un po’ strega, la santa che conosceva le erbe, la musica e il loro potere curativo, Hildegard. Quando Lila è sbucata fuori, un piccolo esserino elfico che mi ha guardata con riconoscenza e curiosità, ho pensato che Dio è donna, o meglio un’Entità femminile che conosce il dolore e conosce la cura, che sa di potenza e di amore, e di forze tremendissime che vanno nominate solo con allusioni e giri di sguardi. Una forza che non occorre evocare, e che si presenta da sé nei momenti importanti della vita, senza sforzo, o meglio indipendentemente dallo sforzo, che in genere ne è un precursore e un facilitatore. Da quando Lila è nata, nei momenti di difficoltà, mi accorgo di pensare “Aiutami, Dea”, o anche “Grazie, Madre”.

Io sono figlia unica, e per la mia storia di vita ho sempre pensato che mai avrei lasciato un figlio rimanere figlio unico, e così due anni dopo è nata Ella. Nata quindi un po’ anche per essere sor-ella, e con stupore diventata poi un essere reale autentico, unico e con un valore individuale, molto individuale. Temevo durante i nove mesi d’attesa in qualche parte di me di non riuscire ad amare un’altra persona come ho amato fin dal primo istante la mia prima figlia, e la sorpresa più grande è stata la scoperta che l’amore si moltiplica, e germoglia in modi differenti e sorprendenti. Ella è nata quindici giorni in anticipo, era giugno, un mattino ero sul balcone ad annaffiare le erbe aromatiche, e ho detto a mio marito che sarei andata a piedi all’ospedale, per un controllo, perché sentivo un dolorino sordo nella pancia, un quarto d’ora di camminata. Ha insistito per accompagnarmi in auto, e quando siamo arrivati ero in un lago di sangue, tanto che il medico in formazione che ci ha accolti è sbiancato confondendosi con il suo camice, e mi è toccato consolarlo, ed incoraggiandolo dalla sedia a rotelle dove mi ha fatta sedere dicendogli: “Andiamo in sala parto a far nascere questa bambina!”. Mezz’ora dopo, è arrivata lei, tutta una luce e una calma dopo la tempesta. Ella ha sempre portato, nei ventidue anni a seguire, tempesta e calma. E una luce tutta sua, che non c’entra nulla con la sorella, con cui ha avuto momenti di grande intimità e amicizia, ed altri di lontananza con controllo a distanza reciproco.

E tre anni più tardi, finalmente un parto a termine, il giorno esatto nel quale era stato previsto, il 5 agosto, puntuale come una stella nel cielo è arrivata Anna. Il giorno prima ero ancora nella piscina comunale a fare il mio chilometro a nuoto, tanto che per anni la cassiera ha scherzato che se avessi partorito in acqua, alla bambina avrebbero regalato un abbonamento a vita. Quello di Anna è stato un parto bellissimo, non trovo altre parole per descriverlo: consapevole e maturo, con urla di gioia anticipatoria più che di dolore. Dopo, mi sono rammaricata che fosse l’ultimo, perché avevamo deciso che tre fosse un numero di figli giusto per noi, e con Anna ho avuto l’impressione di aver finalmente capito come si fa a partorire, felicitandomi per la gioia senza precipitare nel panico e nella paura. Più vita che dolore, più sorrisi che pianto. Anna è armonia, ed è dolce come lo è stato il suo venire al mondo. Ho leccato tutte e tre le mie figlie a lungo, una volta nate, prima di concederle all’ostetrica per il bagno, e il loro sapore era delizioso, dolce come nessun altro. Anni più tardi, quando Anna era un’adolescente che amava cantanti che io guardavo con sospetto, mi ha fatto ascoltare “God is a woman” di Ariana Grande, e mi sono stupita che una giovane donna che non è madre, e che aveva meno degli anni che avessi io quando ho partorito, avesse capito delle realtà che mi sono state rivelate con un processo iniziatico durato anni di speranze, di fatiche, di scocciature e di distrazioni, di pannolini e di piani rimandati, di vite ordinate e disordinate di continuo e di atti mancati, di priorità capovolte e di notti in bianco, di paure per il futuro del pianeta perché sul pianeta vivono loro tre, e poi del quasi dimenticarmi dell’esistenza di loro tre, perché quando si ama, l’amore finisce per abbracciare altre persone, l’intera umanità, con giochi di vita intricati e impensabili. Ariana l’ha capito da giovane, sui tacchi a spillo e cantando, e io la stimo come ho stima di ogni giovane donna che si appresta a diventare madre, e ancora non lo sa cosa la aspetta: God is a woman!

Claudia

40 settimane e 4 giorni: è da tutto questo tempo che ti aspetto. Oggi è l’ultimo giorno d’estate ed io sento che il tuo arrivo si fa sempre più vicino. Nell’ultimo mese ogni mattina mi sveglio con un’emozione nel cuore, la stessa che provavo da bambina al mio risveglio il giorno di Natale. Sento l’avvicinarsi di un dono magico, il più bello e il più grande della mia vita. Arriverai oggi? Magari stanotte, in occasione dell’equinozio d’autunno? Io adoro l’autunno, è la mia stagione preferita. Adoro le zucche, le castagne e perfino i cavoletti di Bruxelles che di solito non piacciono a nessuno. Inoltre, se non arrivi prima di stanotte nascerai sotto il segno della bilancia, proprio come me.

Mi giro sul fianco e pian piano mi alzo dal letto accarezzando il mio pancione. È diventato enorme e quanto pesa! Devo continuamente andare a fare pipì e solo a salire una rampa di scale ho il fiatone. Però, a parte questo e un po’ di nausea nei primi mesi, fortunatamente non ho avuto altri acciacchi da gravidanza. Sei stata clemente, piccolina. Ti sei pure girata in tempo, nonostante le preoccupazioni che più persone mi hanno causato ricordandomi entro quale settimana normalmente un feto dovrebbe mettersi a testa in giù… Ma finalmente all’ultima ecografia effettuata alla trentacinquesima settimana ti abbiamo trovata pronta in posizione. Ed ora eccoci qui, abbiamo superato il termine, ma quando arrivi? Non vedo l’ora di conoscerti!

Le ore passano, anche questa giornata trascorre rapida e tranquilla come tutte le altre di questa calda estate. Uno spuntino qua, un riposino là, qualche pagina dell’ennesimo libro sulle fasi del parto e sul puerperio… Sarò pronta? Indubbiamente sono molto informata, ho letto dei libri e frequentato un corso preparto online, ma sinceramente ora che sei così grande l’idea che tu debba uscire da lì mi terrorizza.

Tramonta il sole e cala la sera, nel cielo si affaccia la luna piena, luminosa come non mai. Guardarla mi rassicura. Da giorni mia mamma mi dice che la luna piena può provocare un aumento di parti spontanei, sarà vero? Mi rilasso seduta sul divano, con i piedi ammollo nell’acqua calda, quando una fitta improvvisa, un dolore mai provato prima, quasi una scossa, mi attraversa. Dura pochi secondi, giusto il tempo di capire che forse qualcosa sta iniziando.

“Credo di aver avuto una contrazione” annuncio a mio marito emozionata. Lui, un po’ incredulo ma sempre tecnologico ed efficiente, scarica un’applicazione sul suo smartphone che ci permette di monitorare i tempi e di capire se davvero sta iniziando il travaglio. Non passano dieci minuti che il mio corpo viene nuovamente bloccato da quel dolore, ora leggermente più intenso di prima. Contatto l’ospedale dove una gentile levatrice mi risponde al telefono consigliandomi un bagno caldo perché in caso di falso allarme le contrazioni dovrebbero cessare. Mentre preparo la vasca, invece, le fitte diventano più lunghe e insistenti e il dolore più intenso, tanto da spingermi ad accovacciarmi per terra per renderlo più sopportabile. Immergermi nell’acqua calda allevia solo di poco il dolore, mentre diminuisce il tempo tra una fitta e l’altra. Decidiamo quindi di recarci in ospedale, il trolley è già pronto da alcune settimane, così nel giro di pochi minuti siamo in auto.

È mezzanotte, la strada è deserta e la tonda luna veglia su di noi, con il suo sguardo pacifico sembra volermi dire “andrà tutto bene”. Nonostante tutte le informazioni apprese finora, io non ho idea di che cosa mi aspetti.

Giunti a destinazione mi accorgo di sopportare sempre meno quel dolore che mi colpisce paralizzandomi ogni tre o quattro minuti. Sembrerebbe provenire da due punti, dall’osso sacro e dal collo dell’utero, per poi diffondersi in tutto il corpo, bloccandomi come in una morsa. Quando arriva mi pervade e non riesco più a stare in piedi, mi accovaccio a terra nel corridoio dell’ospedale, aggrappandomi e stringendo forte il corrimano che lo costeggia. A partire da questo momento non sono più lucida, questa notte mi appare buia e offuscata, il tempo sembra fermarsi.

Al reparto maternità veniamo accolti da una levatrice che accompagnandoci in una stanza ci invita ad attendere. Ci spiega che stanotte sono in corso parecchie nascite, il reparto è pieno, le sale parto sono tutte occupate, il personale è molto indaffarato. Pare quindi che la luna abbia fatto il suo dovere…

In questa stanza abbiamo a nostra disposizione un letto, una poltrona e un gabinetto, probabilmente c’è anche dell’altro ma fatico a metterlo a fuoco. In questa stanza trascorro la notte più lunga della mia vita, una notte fatta di attesa, di dolori indescrivibili, di respiri profondi, di nausea e di vomito, di svenimenti, di brividi, di denti che battono per la paura, di dubbi e di ripensamenti, ma anche fatta di cura e di sostegno, di speranza, di mani che si stringono, di carezze e di massaggi, di forza e d’amore.

Io sto distesa sul letto inerme, lui seduto accanto a me. In altre posizioni non riesco a stare, la posizione supina è l’unica in cui mi sento in grado di sopportare ciò che mi sta accadendo. Saltuariamente arriva una levatrice a farmi visita e a controllare la dilatazione che, ahimè, avanza lentamente: all’una di notte era di mezzo centimetro, alle cinque del mattino siamo a tre centimetri… E intanto soffro come un cane.

Avendo paura degli aghi pensavo avrei temuto ed evitato l’anestesia, invece mi ritrovo a chiedere disperata di effettuarmi l’epidurale appena possibile. Mi rispondono che bisogna attendere perché la dilatazione non è ancora sufficiente.

Sto esaurendo le mie energie, sono stanca, sto male, sto dannatamente male. Non pensavo che fosse così, se l’avessi saputo forse ci avrei pensato due volte, o anche tre, prima di restare incinta. O forse sarebbe stato meglio chiedere un taglio cesareo, non lo so, non so più niente.

All’alba mi si rompono le acque, evviva! Verso le sette del mattino vengo finalmente trasportata in sala parto, quasi non me ne accorgo, fatico a restare vigile. Ad ogni contrazione stringo forte la mano di Jody, inspiro profondamente ed espiro come mi hanno insegnato, poi mi lascio crollare, le palpebre si chiudono ed io non vedo e non sento più nulla. La mia forza vitale si è esaurita. Desidero unicamente che tutto ciò finisca al più presto.

Entrando in sala parto qualcosa attira la mia attenzione: delle urla. Sono le urla di una partoriente. Trasalisco. Non voglio più. Voglio tornare indietro! Sono in preda al terrore. Non voglio provare altro dolore, non posso farcela, è da dieci ore che soffro ed è troppa la paura che il peggio debba ancora arrivare. Esiste un dolore più grande di quello che ho provato finora? Aiuto!

Nel frattempo l’anestesista mi offre una tregua, iniettandomi tra le vertebre lombari una soluzione – oserei dire magica – capace di alleviare la mia sofferenza. In seguito una levatrice controlla la dilatazione del collo dell’utero e ci annuncia che ci tocca attendere ancora qualche ora. L’attesa senza dolori sarà sicuramente più sopportabile, mi consolo.

Rimaniamo di nuovo soli in una stanza diversa che a questo punto inizio a mettere a fuoco. A differenza di quella precedente questa dispone di vari apparecchi medici, oltre al letto su cui sono distesa, qualche sedia e un gabinetto. La luce del giorno entra dalle finestre e illumina la stanza. Guardo mio marito, lo trovo pallido e stravolto. Sono trascorse dodici ore dalla prima contrazione, ho provato dei dolori che non potevo immaginare e siamo ancora qua, in attesa. Inizio a dubitare di potercela fare.

Dalla stanza accanto provengono altre urla, forti e strazianti. Mi dico che tutto questo non fa per me, non ne ho il coraggio e soprattutto ora sono troppo stanca per poter affrontare altro dolore. Piango con Jody, chiedo aiuto: ho bisogno di un’altra anestesia, che per fortuna mi iniettano verso mezzogiorno.

Il sottofondo di urla prosegue ed io tremo, ho troppa paura. Dopo ben quattordici ore dall’inizio del travaglio, la dilatazione ha raggiunto i dieci centimetri ed entriamo nella fase finale, quella delle spinte. Una giovane levatrice cerca di rassicurarmi, d’ora in avanti non ci lasceranno più soli, insieme a lei compaiono un’infermiera e una dottoressa, più tardi si unirà a loro pure la mia ginecologa. Lancio sguardi di terrore a ognuna di loro, implorandole di aiutarmi, non voglio soffrire come la donna che c’è nell’altra stanza. Jody propone di coprire lo spiacevole sottofondo con una musica rilassante. A partire da questo momento qualcosa cambia.

La melodia è accompagnata dal distensivo suono di acqua scrosciante, all’improvviso mi ritrovo sdraiata su una spiaggia all’interno di una grotta marina. Quattro sirene mi assistono, cantano e mi mostrano ciò che finora non riuscivo a vedere: una forza nascosta dentro di me. Io le guardo incredula, non sapevo di averla, ma mi fido di loro, accolgo i loro consigli e mi lascio guidare. Mio marito è con me, mi tiene per mano, mi sostiene, mi incoraggia come loro ad accogliere questa forza e mi aiuta a spingere…

Spingo con una forza inaspettata, che mai avrei pensato di avere ed è così che mi trasformo. In questo istante avviene la mia metamorfosi: ero una donna, ora sono una mamma, la mia identità si modifica in modo irreversibile, non sarò mai più quella di prima, sarò più forte. Il mio cuore cresce e fa spazio a un amore nuovo e puro. La mia anima non vive più solo per me, ma anche per te. La mia vita d’ora in poi sarà completamente diversa. Soltanto una madre può comprendere la trasformazione a cui mi riferisco.

È in questo istante e in questa atmosfera che nasce mia figlia Micol, il cui nome significa “forza di Dio”, attirata al mondo dalla stessa luna che attira il mare, una meravigliosa creatura da proteggere, tenera e calda che appena sente il suono della mia voce si rassicura e si consola quando adagiata sul mio petto incontra il mio seno. È così che il parto, più della gravidanza, segna l’inizio di una nuova vita, la mia, la sua, la nostra.

Deborah

Ne ho un ricordo ancora nitido benché siano passati ormai più di dieci anni: io, con i nostri due cucciolini nel grembo, al volante della nostra macchina, che mi costringo a respirare regolare e profondo per mantenere la lucidità alla guida. Sto cercando di controllare l’ansia che mi assale quando mi reco alle visite ginecologiche di controllo, ogni tre giorni, per escludere un’eventuale sofferenza fetale e poter così prolungare la gravidanza di ulteriori preziosissimi tre giorni… e mi costringo a visualizzarli sani e ben nutriti, i nostri due scriccioli… e mi costringo ad avere fiducia. Siamo alla trentaquattresima settimana di gestazione e all’ennesima visita di controllo. I nostri due figli hanno un ritardo di crescita intrauterino, così ci viene nominata la loro condizione.

Di parto a domicilio o in casa nascita, in caso di gemelli, non se ne parla nemmeno, e abbiamo dovuto rinunciare anche alla possibilità di parto naturale. Non abbiamo scelte. Il parto deve essere per cesareo programmato. L’obiettivo è ora di portare la gravidanza il più avanti possibile. E per questo non ci resta che sperare. Sperare e pregare.

Siamo riusciti ad arrivare alla trentaseiesima settimana e cinque giorni, dopodiché, dopo l’ultimo controllo, siamo stati ricoverati direttamente in ospedale, io, i miei bimbi in grembo e la mia valigia. Ah, sì, ora mi ricordo della famigerata valigia: quella che ogni gestante, verso la fine della gravidanza, prepara con i propri vestiti e accessori, il corredino del nascituro, i propri effetti personali e quel misto di immensa gioia e paura estrema che accompagna ogni donna nel suo intimo viaggio della nascita, del diventare o rinnovarsi madri. Quella valigia che da settimane mi porto appresso durante ciascuna visita di controllo. Perché non si sa mai.

Il taglio cesareo è stato programmato per l’indomani mattina alle 8.00. L’attesa di entrare in sala operatoria è interminabile. Mille e mille i pensieri che mi si affollano senza tregua nella mente. “Non sappiamo perché i vostri figli non crescano più sin dalla trentaduesima settimana di gestazione”, mi ha spiegato un ginecologo; “Forse la placenta o forse una malformazione fetale che non ho visto”. Vuoto nel petto e sotto i piedi. “Ora dobbiamo farli nascere per poterli nutrire adeguatamente”, mi ha incalzato un altro medico ostetrico; “Sono stati abbastanza a stecchetto”. Che pena ho provato per la sorte dei nostri piccoli. So che lo stress della madre, il mio stress, raggiunge ineluttabilmente il feto… i feti… i miei bimbi. Ho continuato a impormi di visualizzarli sani e ben nutriti, di respirare regolare e profondo, di cantare per auto-calmarci, di snocciolare tra le dita la collana di semi e perle che la mia doula e le mie intime amiche mi hanno donato con la loro benedizione; il mio rosario. È giunto il momento di affidarsi al destino, a quei fili invisibili che muovono la vita di ciascuno di noi.

Sono sdraiata sul lettino, in sala operatoria. Tanta gente in camice verde che non conosco. L’ansia nell’aria è quasi palpabile. Sono evidentemente preoccupata, ma non sono sola. La mia doula al fianco e mio marito nell’anticamera che attende i nostri piccoli per accompagnarli laddove servirà. Sono pronta, siamo pronti. A cosa non lo sappiamo ancora. Dall’ampia finestra della sala, proprio di fronte a me, si staglia nitido il Sasso Corbaro, sullo sfondo di un cielo limpido, di un azzurro intenso senza nuvole. Quelle mura massicce mi trasmettono forza e determinazione. Come il fatto che partorisco proprio il giorno di San Giovanni, nell’Ospedale San Giovanni… e il papà dei nostri bimbi si chiama Giovanni. Scelgo di leggere questi segni come segnali che siamo sulla giusta via.

L’anestesia fa presto effetto. Mi preparano allargandomi le braccia come crocifissa e legandomi i polsi con dei lacci. “Per evitare che si tocchi il ventre con le mani, oltre il telo.” Mi sono sentita un animale al macello. Così bloccata non li potrò nemmeno accarezzare, una volta nati; tantomeno accogliere tra le mie braccia. Piango amarezza. Non avrei voluto una nascita così, per i nostri due cuccioli. So quanto sia formante l’impronta lasciata in ciascuno di noi dalla propria nascita… So quanto sia importante venire al mondo quando si è pronti, vivere l’esperienza delle contrazioni, passare dal canale del parto, autodeterminarsi alla vita; e, non appena nati, poter essere adagiati sul ventre della mamma, pelle a pelle, per il primo importantissimo contatto. Non abbiamo scelta.

Non sento nulla, non vedo nulla. Oltre il telo verde che si innalza davanti a me non scorgo nemmeno più la fortezza dalla finestra. Ma so che c’è.

D’un tratto una levatrice si allontana correndo con un fagottino in braccio. Mi allarmo. Mi allarmo ancora di più quando un avambraccio, all’improvviso, da dietro le spalle, mi comprime con vigore e in profondità all’altezza del diaframma. Mi manca il fiato. Cosa sta succedendo? Il mio bambino?

Il mio bambino è nato. Il secondo. Almeno lui lo posso vedere di sfuggita: un’altra levatrice me lo mostra per potergli dare il benvenuto. Oh, amore tenerissimo! Ha il viso tutto imbronciato. “Ne valeva la pena di allattare durante la gravidanza?”, mi chiede la levatrice e se ne va con il nostro scricciolo.

Un tuffo al cuore. Cosa intende dire? Poi mi rendo conto che mi sta ritenendo responsabile del fatto che i nostri due bimbi siano nati con un peso di un chilo e mezzo ciascuno perché ho allattato il nostro primogenito durante la gravidanza, facendo loro mancare nutrimento… Ma se mi sono informata sin da subito su questa tematica chiedendo a ben due diverse consulenti dell’allattamento, che mi hanno rassicurata spiegandomi che il corpo della madre gravida dà priorità allo sviluppo fetale anziché alla produzione di latte! Decido di non darle credito, ma mi ha ferito.

Una volta ricucita e riportata in stanza, mi addormento di un sonno chimico.

Mi sveglio nel pomeriggio completamente disorientata. Dove mi trovo? Che giorno è? Quanto tempo ho dormito? Oddio, i nostri piccoli dove sono? Come stanno? Sento un gran vuoto. O meglio una sorta di strappo, di lacerazione. Non è la ferita del taglio che duole. È un’altra ferita che si fa sentire. Quella di una profonda mancanza. Non ho potuto incontrare, toccare, i nostri figli non appena nati. Mi sembra che benché io sappia razionalmente che sono diventata nuovamente madre, il mio corpo tutto non ne abbia ancora preso consapevolezza. Questa constatazione mi turba. Mi impongo di reagire. Seduta su di una sedia a rotelle raggiungo i nostri due cuccioli al piano di sotto, insieme a mio marito e a nostro figlio di tre anni. Un misto di immensa gioia e paura estrema mi accompagna. Potremo, insieme, recuperare quanto perso e legarci intimamente come ogni madre desidera con il proprio piccolo?

I nostri cuccioli stanno bene. Sono stati adagiati ciascuno in un’incubatrice, con un mio indumento attorno alla testa, tra sensori, elettrodi e lucine. Hanno la pelle diafana, sulle gambe cadente come delle ghette di varie misure troppo larghe. Mio marito me li passa, uno alla volta, per la terapia canguro. Ognuno di loro sta raggomitolato nella sua mano forte. Finalmente, ci ricongiungiamo. Li ho pelle a pelle. Li sento, i loro corpicini caldi sul mio petto, li annuso, li accarezzo, li bacio, non mi stanco mai di guardarli, me ne innamoro. Devo stare attenta a non ingarbugliare i tubicini del glucosio.

Ora sento solo l’immensa gioia. La paura è svanita.

Tiro il latte poiché non hanno vigore per poter poppare al seno. Dopo tre giorni, passano al lettino termico: stanno di nuovo insieme. Per tre settimane li andiamo a trovare in ospedale dalle 8.00 alle 20.00. Li teniamo tutto il tempo su di noi, al caldo del nostro corpo. Lasciarli ogni sera per la notte è sempre uno strazio. Il mio latte basta fintanto che sono ricoverati, dopodiché, una volta finalmente tornati a casa, passo al latte artificiale.

La ferita del taglio guarisce bene. La mia ferita interiore pure si è rimarginata.

Dopo due anni dalla nascita i nostri bimbi non hanno ancora recuperato peso. Hanno quindi iniziato una terapia con l’ormone della crescita. A sette anni non sono ancora cresciuti come da aspettative e un test genetico ha evidenziato la presenza di una sindrome genetica rara caratterizzata tra l’altro da ritardo della crescita pre- e post-natale. Avrei voluto dirglielo, a quella levatrice. Ma lascio perdere. A che prezzo ora ho la certezza che non è stata colpa mia! Avrei preferito restare con il dubbio.

La ferita di una nascita così, nei nostri figli di ormai più di dieci anni, è ancora presente. Impulsivi e reattivi, tengono tutti a distanza. Ne parliamo spesso con loro, della loro storia iniziale. Esserne consapevoli aiuta.

Rielaborando in questo scritto le nostre vicissitudini, mi accorgo che i nostri vissuti presentano diversi punti di forza, tanto da potermi dire, quasi a sorpresa, che per certi versi questo parto è stato rafforzante: per la spinta vitale alla resilienza e alla determinazione, per un accompagnamento che promuove la consapevolezza delle proprie risorse, per la sapienza insita in ogni madre, per la forza del legame tra genitori e figli, per la fiducia nella vita e per l’amore incondizionato che ogni genitore prova per il proprio figlio.

E sono profondamente grata di essere stata testimone di tutto ciò. Grata e onorata.

Ventiquattro dicembre duemilaventi. Attorno a mezzanotte.

Facciamo una videochiamata con la tua vovó in Brasile che ci dice di immaginare che bello se arrivassi il giorno di Natale. Anche no.

Lo so che arriverai prima del previsto, col cavolo che hai intenzione di aspettare il 7 gennaio vero? E mi va bene così. Onestamente non ne posso più. Mi sento malissimo a pensarlo, i sensi di colpa mi pervadono, è bellissimo sentirti dentro di me, un’esperienza unica, inimmaginabile, incredibilmente speciale, ma io rivoglio il mio corpo. E poi ho voglia di conoscerti!

Ci prepariamo per andare a dormire e riparlando della chiamata e di quello che ha detto la vovó glielo dico chiaro e tondo al tuo papai: “Assolutamente no! Questo regalo di Natale se ne sta impacchettato sotto l’albero per ancora almeno una settimana!

Andiamo a letto scommettendo su quando arriverai. Il papai punta per il 27/28, per me invece non prima del 29.

È quasi la 1.30, mi giro sul fianco sinistro, come tutte le sere da settembre ormai, e mi preparo per dormire.

Sono emozionata, presto ti ri-conoscerò. Chiudo gli occhi, appena dopo qualcosa mi cola fra le gambe. Il cuore mi balza in gola. Non dubito neanche per un istante.

“Leo? Minha bolsa quebrou!” Mi si sono rotte le acque.

Pare che invece hai proprio deciso di essere il nostro regalo di Natale.

Oh, mamma mia! Sono emozionata, curiosa, e ora? Non mi ricordo a che punto sarebbe utile avvisare la Maike, la tua super levatrice, e quindi la chiamo. Ovviamente stava dormendo. Mi dice di provare a tornare a letto, che potrebbe volerci ancora un po’ prima che inizia il travaglio e di avvisarla quando le contrazioni sono regolari e a pochi minuti di distanza. Brava Chri, sei passata dal non sapere se chiamarla del tutto, al chiamarla “inutilmente” nel mezzo della notte.

Ok, torno a letto, mi sento felice, calma.

Scattiamoci un selfie, dai, l’ultima foto con te dentro la mia pancia.

Sarò anche calma, ma di sicuro non riesco a dormire. Il liquido che continua a scendere regolarmente è fastidioso. E io che pensavo che quando le acque si rompono è tipo nelle scene dei film dove sembra che esploda un pallone e in una volta sola scendono tipo 2 litri di liquido. E invece no, poco alla volta. Senza sosta. Quante cose non so. In più, all’improvviso, sento freddo. Ma sì, dai, mi faccio un bagno caldo.

La mia testa è un turbinio di pensieri, oddio non ci credo, sto per diventare mamma per davvero, dopo nove mesi di attesa, sta per diventare reale, tangibile, inizia l’avventura per davvero. Il mio Nakai sta arrivando. Aspetta, però, e se invece tu fossi una bambina? Ma no, dai, per me sei Nakai, me lo sento da sempre. Che poi alla fine chissenefrega, tanto io, chiunque tu sia, ti amo già più di ogni altra cosa.

Perdo la cognizione del tempo, lì seduta nella vasca, in attesa che tutto cominci. Intanto il tuo papà ha montato la piscina in sala. Provo a tornare a letto, ma ovviamente figuriamoci se mi viene sonno.

Si sono fatte le 4 e inzio a sentire le prime contrazioni. Sembrano un po’ i crampi mestruali, solo un po’ più forti. Che figata, mica fanno poi così male.

Sento che sta iniziando il travaglio, ci siamo quasi, fra un po’ sei qui. Ascolto il mio corpo. Ascolto il mio respiro.

Entro nella piscinetta. Ovviamente la mia idea di farmi un bagno qualche ora fa è stata un colpo di genio. Ora c’è acqua calda a sufficienza per riempire a dir tanto 10 cm di vasca. Il tuo papai si mette a fare avanti e indietro dalla cucina con bollitore e pentoloni. Proprio come una volta, quando gli uomini venivano tenuti occupati per non “intralciare” il parto e farli sentire utili preparando acqua calda. La situazione ha dell’ironico.

Ma poi cominciano. Le contrazioni, quelle vere. Quelle forti. Quelle che tolgono il respiro. Quelle che mi fanno uscire un urlo dopo l’altro che racchiudono tutti gli urli soffocati da una vita intera. Un dolore così forte che mi sembra di morire. Ah, ecco, mi sembrava strano. Brava io che ho pure pensato che quei crampetti fossero tutto.

Mi sono preparata, sono pronta a morire per rinascere, lo so che ci devo passare, ma porca miseria. Non potevano dirmelo che fa così male? Ma chi lo faceva un figlio se lo sapevo? Che poi forse me l’hanno detto. “Ma finché non lo vivi non puoi immaginartelo”. Ho capito, ma adesso basta. Sono pronta. Mi arrendo. Esci. Non ce la faccio più.

Esco dalla vasca e cammino in giro per la casa. Non so quanto tempo passo seduta sul cesso con la testa appoggiata al mobile di fronte a me. Riprendo a camminare. Torno sul cesso.

Il tuo papai è presente, lo sento. Mi rispetta, gli ho detto chiaro e tondo di lasciarmi stare, di non parlarmi, di non starmi addosso, di lasciarmi fare. Forse più che dirglielo gliel’ho urlato. Insieme al fatto che può scordarselo che faccio un altro figlio.

Comunque, so che c’è e questo mi fa stare bene. Sono tranquilla.

Non so se più per un bisogno fisico o per un’idea che avevo in testa torno nella piscinetta.

Non so più dove sono. Non capisco se fra una contrazione e l’altra svengo, dormo, sparisco in dimensioni sconosciute. So solo che ogni volta che penso che ci siamo, che mi rilasso, che penso che il peggio è passato, ne arriva un’altra.

Suoni sconosciuti, gutturali, ad un volume sconosciuto escono dalla mia gola.

L’unica cosa che non mi fa entrare nella paura neanche per un secondo sei tu. La nostra connessione. Sentire nel profondo dentro di me che stai bene. Sapere che tutto questo è per te. Per noi. Per poterci annusare, toccare, sentire.

Ogni tanto la mente prende il controllo e cerco di capire se mi sto dilatando. Boh, a me non pare, ma poi come cavolo faccio a capirlo? Ecco, proprio quello non hai letto, proprio su quello non ti sei informata. O forse sì? Non mi ricordo. Non riesco a ricordarmi. Non riesco a pensare.

Arriva un’altra contrazione. Chissenefrega. Ho fiducia nel mio corpo. Ho fiducia in te.

Lascia andare, Chri. Respira. Lascia andare la mente. Il tuo corpo sa esattamente cosa fare. Quella piccola creatura magica dentro di te sa esattamente cosa fare. Me lo ripeto come un mantra.

Non so se riuscirò mai a trovare le parole giuste per raccontarti le sensazioni di questo momento. Di questo dolore inesplicabile, inimmaginabile, questa sensazione di essere vicina alla morte, e allo stesso tempo di calma, fiducia, connessione totale con il mio corpo, con te, con la vita e la morte mescolati in un’assurda perfezione.

Sono quasi le 8. Non mi va più di stare in vasca. Il tappeto bianco davanti al divano è più attraente.

Il tuo papai ha avvisato Maike che è arrivata. Non sbagliavo quando sentivo che non mi avrebbe dato fastidio averla lì, che non avrebbe “rovinato” il nostro momento. Non si intromette, come in un sogno sento che ricopre con degli assorbenti il tappeto sotto di me. La sua presenza è delicata, materna, angelica.

Sono stanca. E se invece non ce la facessi? Mi sembra passata una settimana e allo stesso tempo non mi sembra vero che sono già le 8.20.

E poi ti sento. Sei pronto. E sono pronta anch’io. Sono in ginocchio appoggiata al divano. Attorno a me, attorno a noi, tutto sparisce, solo silenzio. Allungo la mano sotto di me e con tutta la naturalezza del mondo raccolgo la forza che neanche sapevo di avere e spingo forte. Sento la tua testa nella mia mano, faccio un respiro profondo e spingo di nuovo. Il tuo corpo scivola fuori. La sensazione più incredibile e bella che abbia mai provato.

Ti porto al cuore. Ti stringo a me.

Sei arrivato. Aspetta, o arrivata? Ti allontano un secondo.

Eh, no. Lo sapevo che eri tu, Nakai. Il mio intuito non sbaglia mai. Ora più che mai ne ho la certezza. La calma mi pervade.

Ce l’abbiamo fatta, amore mio. Io e te, insieme, connessi, uniti. Sei arrivato.

Ti guardo meravigliata. Ti annuso. Ti tocco. Ti sento.

Mi sembra tutto così surreale e stranamente normale allo stesso tempo. Una bambina si è trasformata in donna. Da figlia si è trasformata in madre. Una nuova anima è scesa su questa Terra.

Tutto il dolore provato è già un ricordo lontano. Mi sembra di non aver fatto altro per tutta la vita. Sono tutto, posso tutto, non ho limiti. Mi sento onnipotente. Mai più niente potrà fermarmi.

Tutto attorno a me è sfuocato. Tuo papà, il Mowgli (tuo fratello peloso che non ha lasciato il mio fianco per un secondo vegliando su di noi), la Maike fanno cose, puliscono, mi parlano, ti guardano. Boh, il tempo si è fermato, esisti solo tu.

A un certo punto mi accovaccio e arriva anche la placenta, ce la teniamo vicini vicini. Il cordone ombelicale ancora pulsante. Che strano colore e che strana forma che ha!

Il mio cuore scoppia d’amore e di gratitudine. Se non è magia questa?!

Tutto ha un senso finalmente. Il Natale più bello della mia vita.

Niente sarà più come prima. Sono nate due nuove persone.

Una mamma e suo figlio.

Io e te.

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