“Se vogliamo raggiungere una vera pace in questo mondo,
dovremo incominciare dai bambini.”
Mahatma Gandhi

Concorso di scrittura “Storie di parto” – le testimonianze

Scrive Silvia Vegetti Finzi: «la nascita rappresenta per ciascuno il periodo inaugurale della sua storia, ma l’evento non riveste il significato che potrebbe avere, come se una congiura del silenzio ne avesse decretato l’irrilevanza. […] Quella pagina bianca nella storia del mondo è stata occupata da un linguaggio, quello medico, che ha imposto con autorità le sue categorie e il suo lessico. […] Chi cerchi di parlare di gravidanza e di parto cominciando da sé, con fedeltà ai propri vissuti, si imbatte inevitabilmente nella barriera del “già detto” che gli nega il passo, che parla per lui, impedendogli di trovare le espressioni che corrispondono all’intimità del suo sentire».
Il concorso di scrittura “Storie di parto” è proposto dall’Associazione Nascere Bene Ticino (ANBT) con sede a Lugano, la quale promuove il benessere di mamma e bambino durante il percorso della nascita e favorisce nei genitori una scelta consapevole e basata sulle evidenze scientifiche. Lo scopo del concorso è valorizzare il ruolo della narrazione nel rendere visibile l’esperienza della nascita, che per molti aspetti è considerata ancora un tabù, e farne oggetto di condivisione pubblica. Nel caso di un parto traumatico, inoltre, la scrittura si presenta come un alleato terapeutico e una risorsa per elaborare il proprio vissuto.

Bando del concorso – febbraio 2021

Serata conclusiva concorso di scrittura “Storie di Parto” – 12 maggio 2021

I testi che hanno partecipato al concorso verranno pubblicati periodicamente.

Contenuto della fisarmonica

È passato molto tempo dai giorni dei parti delle mie tre figlie, quasi vent’anni, eppure se ripenso alla linea temporale della mia vita, c’è stato un prima e c’è stato un dopo. Lasciamo stare quello che ne è seguito, il porta bambini ad ovetto appoggiato sul tappeto del salotto con la prima figlia infagottata in una tutina di spugna a righe, e il senso di smarrimento mio e del suo papà quando ci siamo guardati negli occhi realizzando concretamente per la prima volta che un essere umano dipendeva da noi in ogni piccola scelta, e che toccava decidere chi tra noi due si sarebbe assentato per fare la spesa o per concedersi una doccia, tutte quelle piccole cose che nella vita precedente, da giovane coppia con mille interessi, non avevano ai nostri occhi neppure la dignità di “attività” a pieno titolo. Lasciamo stare lo stravolgimento personale di una vita, o meglio di due, che da quel momento hanno cessato di esistere in quanto vite singole e sono diventate una famiglia. Lasciamo stare i momenti gloriosi, le soddisfazioni e le gioie, e lasciamo stare la fatica, le magagne, i giorni un po’ così e le paturnie che fanno parte di ogni vita. No, parlo d’altro. C’è stato un prima e un dopo nella mia percezione della vita, e mi sorprendo quando sento che esistono al mondo anche donne che provano questa trasformazione pur senza partorire figli. Perché il parto, dare la vita, consacrare la propria vita alla continuità, non è l’unica strada possibile, e come ogni scelta forte non deve venir sminuita dalla paura dell’impossibilità di far senza. Avremmo potuto fare altro: abbiamo scelto di fare figli. Una scelta sacra, una scelta scriteriata ed irresponsabile, se pensiamo ai numeri della sovrappopolazione che affligge il pianeta. Ma non facciamoci sviare dai numeri e dall’etica.

La prima figlia, Lila, è nata ventiquattro anni fa, quando io di anni ne avevo trenta, e mi faceva ridere l’espressione “primipara anziana”, perché a trent’anni una ragazza degli anni Novanta, come del resto ancora oggi, si sente ancora una ragazza, non propriamente una donna, anche se è sposata da sei anni e ci ha messo tutto l’impegno per convincere il marito che avere figli sarà bellissimo, che in ogni caso non riesce ad immaginare una vita senza. Salvo poi scoraggiarsi di fronte alle reticenze maschili, e quasi rinunciare all’idea, pensando che tenersi un uomo che si ama è pur meglio di niente, meglio uno che deviare su qualcuno più disponibile a creare un nido ma meno amato. Meglio una carriera di sicuro successo (come sono sempre le carriere nelle intenzioni degli esordi) che una vita a fare la madre, e poi al mondo ci sono tante cose interessanti da fare: viaggi, esperienza, persone, passioni e impegni. Insomma, devio anche ora per non arrivare alla turbina della potenza, nei ricordi. Mi perdo nella mia storia personale per dribblare sui fatti importanti. Lila è nata con un parto indotto, due settimane dopo il termine e con me in pre-eclampsia, pressione alta alle stelle e rischio reale di lasciarci le penne. Durante il ricovero nei giorni precedenti al parto, la mia amica del cuore è venuta a trovarmi in ospedale, mi ha portato un mazzo profumato di belle rose bianche e mi ha raccontato della sua complicata situazione sentimentale. Alla sua partenza, l’infermiera che mi ha misurato la pressione ha decretato che era alle stelle: tapparelle abbassate e divieto di ricevere altre visite. E fiale di magnesio in vena, che mi rendevano drogata di rilassatezza: avevo l’ordine medico di non fare nulla, una sensazione bellissima per una ragazza fin lì molto attiva. Si era in febbraio, e fuori era caldo, sentivo il sole attraverso le tapparelle abbassate. La bambina era pigra e non intendeva nascere, o forse ero io che avevo ancora voglia di tenerla con me. Fatto sta che la ginecologa ha deciso di indurre il parto con degli ovuli, ed è iniziata la rumba. Prima dolorini sordi, poi sempre meno educati e rispettosi della mia integrità fisica. Ad un certo punto,  dopo ore di travaglio, mi sono ricordata di un libro di antropologia sui Dogon o qualche altra popolazione, che diceva come urlare faciliti il parto, e ho scelto di scordarmi di essere una ragazza beneducata di buona famiglia. Urlare ha aiutato. Poi, c’era lei, era c’era forza vibrante in tutta la stanza, e in noi, e nelle persone attorno a noi. Prima di partorire, ero credente. Praticante, addirittura. Andavo a messa, facevo ritiri spirituali, tenevo corsi per i fidanzati prima di sposarsi in chiesa, cose così. Poi, sempre prima di diventare mamma, sono andata in India, ho scoperto nuove idee, nuovi concetti di religiosità, ho ballato con i sufi e cantato la Om sul Gange. Ma nei momenti di difficoltà, sempre dentro di me pregavo “Aiutami, Padre”. Un giorno stavo tuffandomi dal trampolino, e ho capito di essere abitata dalla presenza di un’altra vita, un merulino. Nei giorni precedenti era stata concepita una bambina: così nove mesi più tardi è nata Lila, un nome sanscrito che significa “la forza giocosa che fa girare il mondo”. Per battezzarla abbiamo dovuto trovarle un nome che andasse bene alla Chiesa, e la scelta è caduta su una santa un po’ strega, la santa che conosceva le erbe, la musica e il loro potere curativo, Hildegard. Quando Lila è sbucata fuori, un piccolo esserino elfico che mi ha guardata con riconoscenza e curiosità, ho pensato che Dio è donna, o meglio un’Entità femminile che conosce il dolore e conosce la cura, che sa di potenza e di amore, e di forze tremendissime che vanno nominate solo con allusioni e giri di sguardi. Una forza che non occorre evocare, e che si presenta da sé nei momenti importanti della vita, senza sforzo, o meglio indipendentemente dallo sforzo, che in genere ne è un precursore e un facilitatore. Da quando Lila è nata, nei momenti di difficoltà, mi accorgo di pensare “Aiutami, Dea”, o anche “Grazie, Madre”.

Io sono figlia unica, e per la mia storia di vita ho sempre pensato che mai avrei lasciato un figlio rimanere figlio unico, e così due anni dopo è nata Ella. Nata quindi un po’ anche per essere sor-ella, e con stupore diventata poi un essere reale autentico, unico e con un valore individuale, molto individuale. Temevo durante i nove mesi d’attesa in qualche parte di me di non riuscire ad amare un’altra persona come ho amato fin dal primo istante la mia prima figlia, e la sorpresa più grande è stata la scoperta che l’amore si moltiplica, e germoglia in modi differenti e sorprendenti. Ella è nata quindici giorni in anticipo, era giugno, un mattino ero sul balcone ad annaffiare le erbe aromatiche, e ho detto a mio marito che sarei andata a piedi all’ospedale, per un controllo, perché sentivo un dolorino sordo nella pancia, un quarto d’ora di camminata. Ha insistito per accompagnarmi in auto, e quando siamo arrivati ero in un lago di sangue, tanto che il medico in formazione che ci ha accolti è sbiancato confondendosi con il suo camice, e mi è toccato consolarlo, ed incoraggiandolo dalla sedia a rotelle dove mi ha fatta sedere dicendogli: “Andiamo in sala parto a far nascere questa bambina!”. Mezz’ora dopo, è arrivata lei, tutta una luce e una calma dopo la tempesta. Ella ha sempre portato, nei ventidue anni a seguire, tempesta e calma. E una luce tutta sua, che non c’entra nulla con la sorella, con cui ha avuto momenti di grande intimità e amicizia, ed altri di lontananza con controllo a distanza reciproco.

E tre anni più tardi, finalmente un parto a termine, il giorno esatto nel quale era stato previsto, il 5 agosto, puntuale come una stella nel cielo è arrivata Anna. Il giorno prima ero ancora nella piscina comunale a fare il mio chilometro a nuoto, tanto che per anni la cassiera ha scherzato che se avessi partorito in acqua, alla bambina avrebbero regalato un abbonamento a vita. Quello di Anna è stato un parto bellissimo, non trovo altre parole per descriverlo: consapevole e maturo, con urla di gioia anticipatoria più che di dolore. Dopo, mi sono rammaricata che fosse l’ultimo, perché avevamo deciso che tre fosse un numero di figli giusto per noi, e con Anna ho avuto l’impressione di aver finalmente capito come si fa a partorire, felicitandomi per la gioia senza precipitare nel panico e nella paura. Più vita che dolore, più sorrisi che pianto. Anna è armonia, ed è dolce come lo è stato il suo venire al mondo. Ho leccato tutte e tre le mie figlie a lungo, una volta nate, prima di concederle all’ostetrica per il bagno, e il loro sapore era delizioso, dolce come nessun altro. Anni più tardi, quando Anna era un’adolescente che amava cantanti che io guardavo con sospetto, mi ha fatto ascoltare “God is a woman” di Ariana Grande, e mi sono stupita che una giovane donna che non è madre, e che aveva meno degli anni che avessi io quando ho partorito, avesse capito delle realtà che mi sono state rivelate con un processo iniziatico durato anni di speranze, di fatiche, di scocciature e di distrazioni, di pannolini e di piani rimandati, di vite ordinate e disordinate di continuo e di atti mancati, di priorità capovolte e di notti in bianco, di paure per il futuro del pianeta perché sul pianeta vivono loro tre, e poi del quasi dimenticarmi dell’esistenza di loro tre, perché quando si ama, l’amore finisce per abbracciare altre persone, l’intera umanità, con giochi di vita intricati e impensabili. Ariana l’ha capito da giovane, sui tacchi a spillo e cantando, e io la stimo come ho stima di ogni giovane donna che si appresta a diventare madre, e ancora non lo sa cosa la aspetta: God is a woman!

Claudia

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