“Se vogliamo raggiungere una vera pace in questo mondo,
dovremo incominciare dai bambini.”
Mahatma Gandhi

Baby Blues e depressione post-parto

Baby Blues e depressione post-parto

Per la redazione di questo articolo ci siamo ispirati a varie fonti e in particolare abbiamo ripreso e riassunto alcuni passaggi di un corso tenuto da Maria Adele Gallante, ostetrica e psicologa, attiva presso il reparto di pediatria dell’Ospedale Civico di Lugano.

BABY BLUES E DEPRESSIONE POST-PARTO NON SONO LA STESSA COSA


I confini fra i vari sintomi e fenomeni non sono veramente netti; secondo l’esperta Maria Adele Galante (psicologa e ostetrica), esistono però delle differenze.
In generale si ritiene che il baby-blues si manifesti fra il 3. e il 6. giorno dopo il parto, come una specie di malinconia. Le mamme si sentono di umore variabile, piangono e si irritano facilmente, a volte provano ansia e paura di non farcela. Tuttavia non perdono la capacità di prendersi cura nel neonato, di provare gioia e di dormire abbastanza bene. Dopo alcune settimane il disturbo tende a svanire spontaneamente.

Accade invece, che tra la 4. e la 6. settimana, queste sensazioni possano accentuarsi e si trasformino poi in una vera e propria depressione post-parto. Essa può però manifestarsi anche più tardi. I sintomi specifici più importanti sono: tristezza, perdita d’interesse, di autostima e di energia, incapacità di provare gioia (anedonia), sensi di colpa perché si prova fastidio o ostilità per il neonato ritenuto troppo esigente, pessimismo e senso di incompetenza, difficoltà nel contatto fisico con il neonato e eventualmente  nell’allattamento, disperazione. A questi si aggiungono alcuni dei sintomi depressivi non specifici quali: la difficoltà di attenzione e concentrazione, disturbi del sonno, disturbi dell’appetito, rallentamento psico-motorio, ansia, agitazione, incapacità di prendere decisioni. Possono inoltre manifestarsi anche sintomi somatici: cefalee, vertigini, acufeni, dolori addominali e lombari, nausea e perdita di appetito, stitichezza, dimagrimento.

Infine, in pochi casi estremi (1%), fra la 2. e la 6. settimana potrebbe manifestarsi una psicosi post-parto i cui sintomi sono: delirio, allucinazioni, pensiero disorganizzato, comportamento disorganizzato e distorsione dell’affettività. Quando questi sintomi si cronicizzano c’è il rischio di suicidio o di infanticidio.
 

SENTIRSI INFELICE O DEPRESSA NON È UNA COLPA


Accade purtroppo spesso che la madre viva come una colpa personale, le difficoltà legate alla depressione e se ne vergogni perché ritiene di essere “fortunata” avendo già tutto ciò di cui ha bisogno (un bambino sano, un marito premuroso, la sicurezza materiale). Magari era una donna indipendente e sicura di sé, attiva nel lavoro e in ambito sociale, e improvvisamente si sente incapace di assumere il ruolo e i compiti di una madre. Tende quindi a mascherare il più possibile i sintomi della depressione, magari a negarla anche a sé stessa. Non chiede aiuto e salva le apparenze, ad esempio con un eccesso di cure e di protezione ansiosa per il neonato. Il disturbo però si cronicizza come pure la difficoltà e la sofferenza nella relazione di attaccamento fra madre e neonato, con possibili conseguenze per il bambino: disturbi alimentari e digestivi, problemi del sonno e/o del comportamento, sintomi psico-somatici come eczemi e neurodermiti, ecc.
 

ANTICHE FERITE CHE POSSONO RIAPRIRSI


Per la depressione vera e propria, a fare la differenza potrebbe però esserci una predisposizione dovuta a problemi di natura psicologica preesistenti, accentuati da fattori di rischio. Durante la gravidanza, il parto e il puerperio possono, riattivarsi nell’inconscio della donna difficoltà nei rapporti con i propri genitori (anche senza loro colpa), vissuti all’inizio della propria vita o durante l’infanzia.
A volte la mamma si sente disarmata di fronte al pianto insistente del suo neonato perché esso entra in risonanza con il dolore rimosso della propria “bambina interiore”, risvegliandolo. Potrebbe trattarsi di un suo vissuto, mai elaborato prima, legato ad esempio al trauma della propria nascita, avvenuta seguendo i rigidi protocolli ostetrici e pediatrici, applicati a volte fino a pochi anni o decenni fa. Basti pensare alle sculacciate che i neonati ricevevano in certi ospedali “per farli respirare”, all’immediata e prolungata separazione dalla madre, alle ore passate a piangere disperatamente nella nursery in attesa della poppata a orari regolari, al generalizzato principio di non rispondere ai bisogni del neonato per “non viziarlo”. Esperienze che potrebbero aver lasciato un’impronta neurologica nelle fondamenta della propria autostima e minato la fiducia nel proprio istinto (“i miei bisogni di neonato non sembrano legittimi…allora non posso fidarmi di ciò che sento…meglio non sentire più nulla, né odio, né amore, pur di non soffrire…”).
 

PERCHÈ IL BABY BLUES NON COLPISCE TUTTE LE PUERPERE?


Gli studi dimostrano che in generale l’incidenza dei disturbi depressivi dopo il parto è piuttosto simile in tutti i paesi. Tuttavia il fenomeno potrebbe essere attenuato nelle culture/società dove la famiglia e l’ambiente circostante fanno tutto il possibile per sostenere e proteggere la coppia madre-bambino, per esempio assegnando alla puerpera il solo compito di stare con il neonato e dove l’allattamento al seno su richiesta è favorito al massimo. Nella nostra cultura purtroppo non è sempre così (e forse lo è sempre di meno) per necessità economiche, dispersione delle famiglie e anche perché a volte la maternità è considerata e vissuta come un ostacolo per l’emancipazione e la carriera della donna. Inoltre il processo di adattamento alla nuova vita può rivelarsi più difficile. 
È interessante anche notare che, secondo le levatrici con molta esperienza di parti fisiologici, baby-blues e depressione post-parto sono piuttosto rari dopo le nascite a domicilio. 
Questo potrebbe avvalorare l’ipotesi di una certa correlazione fra l’eccessiva medicalizzazione di gravidanza e parto, e l’incidenza del baby blues e  dei disturbi depressivi. Nel nostro paese, infatti, solo circa la metà (o forse anche meno) dei parti sono veramente naturali (fisiologici), ossia con un inizio spontaneo del travaglio, senza uso di sostanze anestetiche, di ormoni sintetici, di forcipe o ventosa, senza cesareo e senza separazione del bambino dopo la nascita.
Il parto non è una malattia (v. le raccomandazioni dell’OMS) è un processo fisiologico involontario, che produce (se non è disturbato) importanti scariche di endorfine, prolattina, e ossitocina, ormoni naturali che hanno anche spiccate funzioni antidepressive, e possono compensare, almeno in parte, il calo ormonale al quale solitamente si attribuisce il fenomeno del baby-blues.
Inoltre i tassi di soddisfazione e di crescita dell’autostima (noto antidoto alla depressione) delle donne che hanno vissuto nell’intimità (a casa, in una casa del parto o in ospedale) un parto veramente naturale e armonioso, risultano superiori a quelli delle donne che hanno scelto o subito un parto medicalizzato.
 

I FATTORI DI RISCHIO

 

Su un terreno psicologico reso forse più fragile sin dall’inizio della vita dalle esperienze vissute nella prima infanzia dalla madre, si innescano a volte fattori di rischio che possono scatenare o accentuare il problema:

  • un evento traumatico come un lutto, la separazione, il licenziamento, ecc.
  • precedenti fasi depressive, sintomi di ansia, nevrosi, scarsa autostima;
  • casi di depressione in famiglia;
  • una relazione coniugale problematica, eventuale violenza subita dal partner;
  • un parto con un’assistenza spersonalizzante, operativo o cesareo, in cui non ci si è sentite protagoniste e che lascia un ricordo traumatico (30% delle mamme), o è seguito da eventuale sindrome da stress postraumatico;
  • un parto seguito da immediata separazione dal neonato, quindi privato delle scariche ormonali fisiologiche predisposte per l’attaccamento madre-bambino (imprinting), che hanno anche un effetto antidepressivo;
  • non essere assistite nel puerperio e nell’inizio dell’allattamento.
  • la solitudine: non essere accompagnate adeguatamente durante tutto il percorso della maternità da partner, famigliari, amiche, levatrici e/o doule;
  • l’isolamento culturale (soprattutto per mamme di origine straniera);
  • condizioni economiche molto difficili;

Questi fattori di rischio possono essere facilmente individuati dalle persone e dai servizi che seguono la futura mamma o la puerpera (medici di famiglia, ginecologi, levatrici, pediatri, infermiere e consultori pediatrici, ecc.) e che dovrebbero perciò attivare meccanismi di depistaggio con strumenti quali ad esempio delle domande consigliate nelle varie Linee Guida, oppure con l’EPDS (Scala di Edimburgo), un questionario che la mamma stessa può eventualmente consultare per un’autovalutazione.

PUOI SCARICARE LA SCALA DI EDIMBURGO QUI.

 

Se compaiono i sintomi del baby-blues conviene continuare comunque ad allattare perché gli ormoni dell’allattamento sono antidepressivi naturali e servono anche a compensare il calo ormonale dovuto alla perdita della placenta.
Se per motivi indipendenti dalla propria volontà, il parto e il primo contatto con il neonato non sono andati come la mamma li aveva immaginati, è possibile farsi aiutare per rielaborare l’esperienza e liberarsi da eventuali sensi di colpa o di inadeguatezza.
Rompere il silenzio, parlare del proprio disagio con persone di fiducia, condividere l’esperienza con gruppi di mamme che hanno lo stesso problema (magari anche sulla rete) contribuisce a dare sollievo e individuare percorsi di autoguarigione.
Ma se nelle prime settimane dopo il parto il contatto con il bambino sembra davvero difficile, se alla mamma pare di non essere all’altezza del compito, se prova sentimenti ambivalenti o si sente sola, è importante, per il proprio bene e per quello del bambino, che cerchi sostegno e aiuto da persone competenti e specializzate.

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