“Se vogliamo raggiungere una vera pace in questo mondo, dovremo incominciare dai bambini.” Mahatma Gandhi

C’è sovramedicalizzazione anche in ostetricia?

Si parla di sovramedicalizzazione quando sono eseguiti esami, terapie o interventi non necessari o persino nocivi per il paziente. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) stima che una percentuale della spesa sanitaria compresa tra il 20% e il 40% rappresenti uno spreco causato da esami e trattamenti chirurgici e farmacologici largamente diffusi, che non apportano benefici per i pazienti e anzi rischiano di essere dannosi. Un fenomeno a quanto pare sempre più importante che rappresenta un vero e proprio spreco di risorse. Negli Stati Uniti si valuta che l’ammontare delle prestazioni inappropriate rappresentino uno spreco pari ad  almeno il 30% della spesa sanitaria. Nel sistema sanitario svizzero (molto simile a quello americano), la cifra potrebbe variare fra 17 e 26 miliardi all’anno, rispetto a una spesa totale di 86,3 miliardi del 2021.

Anche il parto è soggetto a sovramedicalizzazione

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ricorda da anni che il parto non è una malattia e che gli interventi medici sono richiesti solo in caso di gravidanze a rischio o di complicazioni. Sostiene ad esempio che solo il 10-15% dei cesarei sono giustificati da un’indicazione medica, ma la tendenza è all’aumento. In Svizzera un bambino su 3 nasce col cesareo. Non sono tutti necessari viste le importanti differenze fra stati, regioni, cantoni, ospedali pubblici e privati o persino fra medici o tipo di copertura assicurativa (privata o comune).
In Ticino nel 2022 (ultimi dati disponibili) con il 34% di cesarei siamo vicini alla media nazionale (33%). Il Canton Zugo Con una percentuale superiore al 43% è al primo posto. Nei cantoni Giura, Vallese, Ginevra, Vaud, Appenzello e Turgovia invece la percentuale di nascite con taglio cesareo si aggira ancora sul 26-27% ma sono in aumento quasi ovunque. Anche la differenza fra ospedali pubblici e privati è significativa (v. dettagli) e persino fra le tre maternità dell’EOC ci sono tassi molto diversi, ma non sono più pubblicati. In generale i cesarei sono più frequenti fra le donne ricoverate in camere private rispetto a quelle degenti in camere comuni.
Secondo un rapporto dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP), già nel 2010 un parto cesareo costava in media 9’900 franchi, mentre uno vaginale 6’200. A confronto ricordiamo che un parto a domicilio (visite comprese) costava sui 2’500.- franchi e un parto in casa nascita ca. 3’100.-. E secondo le più recenti evidenze scientifiche i parti extraospedalieri accompagnati da una levatrice qualificata, sono anche più sicuri di quelli normali in ospedale visto che comportano meno interventi.

C’è poi un altro intervento chirurgico che nella maggior parte dei casi è inutile e spesso dannoso: l’episiotomia, incisione chirurgica del perineo per allargare il canale del parto: il taglio che da anni l’OMS raccomanda di evitare, se non in casi molto particolari.

Fra gli interventi medici più frequenti, che sovente potrebbero essere evitati e che sono pure sconsigliati dall’OMS, se non in casi particolari, ricordiamo i vari tipi di induzioni o provocazioni del partol’uso di ormoni sintetici e di anestetici quando non richiesti, del monitoraggio continuo del battito cardiaco fetale, il taglio precoce del cordone e l’uso inappropriato di forcipe e ventosa. Ci sono poi anche alcuni esami e test in gravidanza considerati superflui e che possono avere un effetto ansiogeno nocivo.

A cosa è dovuta la tendenza alla sovramedicalizazzione?

Sarebbe troppo semplicistico farne una questione di colpa, di incompetenza o di sete di guadagno. In generale esami, interventi e terapie non supportati da prove di efficacia, continuano a essere prescritti per molteplici ragioni: per abitudine, per mancanza di tempo (o interesse) da dedicare agli aggiornamenti sulle evidenze scientifiche e le tecniche più recenti, per soddisfare pressanti richieste dei pazienti, per timore di sequele medico legali, perché spiegare al paziente che esami, medicamenti o interventi non sono necessari richiede più tempo, per interessi economici, perché nei sistemi sanitari e assicurativi viene premiata la quantità delle prestazioni, piuttosto che la loro qualità e appropriatezza, per lacune nella formazione (ev. seguita in altri paesi), per dimostrare al paziente di avere conoscenze scientifiche o per applicare in modo acritico il concetto del “fare tutto il possibile”.

Nel campo dell’ostetricia la questione è ancora più complessa perché la medicalizzazione del parto, anche quando potrebbe essere fisiologico, è associata alla comprensibile ricerca della massima sicurezza per la mamma e per il bambino. La paura indotta (o inconscia) produce dunque la proposta, e la richiesta, di medicalizzare anche ciò che funzionerebbe meglio rispettando la fisiologia per la quale il corpo della donna e del bambino sono biologicamente programmati. Per questo è fondamentale che medici e genitori siano bene informati e aggiornati sulle condizioni indispensabili per favorire la fisiologia del parto ovunque avvenga, a casa o in ospedale.

Medici in prima fila contro la sovramedicalizzazione

Gli studi in materia di sovramedicalizzazione sottolineano come, per limitare esami e trattamenti non necessari, che fanno crescere oltre misura i costi e potrebbero anche danneggiare i pazienti, sia fondamentale il ruolo dei medici, dalle cui decisioni si stima dipenda circa l’80% della spesa sanitaria.

Negli ultimi anni si sono sviluppati in tutto il mondo dei movimenti di medici e operatori/trici sanitari/e che si preoccupano particolarmente di evitare interventi e cure che non siano basati sulla certezza della loro efficacia terapeutica. A questo scopo hanno creato degli enti o degli istituti nazionali e internazionali; i più conosciuti sono la Cochrane Librery e Pub Med, in grado di stabilire delle basi scientifiche di riferimento mediante una revisione sistematica e critica dei migliori risultati forniti dalle singole ricerche (studi clinici randomizzati e controllati, di coorte, epidemiologici, linee guida, ecc.) disponibili al momento. Si giunge così a un risultato medio prevalente difficilmente contestabile. Questo perché spesso un solo studio sullo stesso argomento potrebbe essere basato su campioni troppo piccoli e giungere a conclusioni divergenti lasciando quindi ampio spazio all’errore. È così nato il concetto di “Evidence-Based Medicine (EBM)”, medicina basata su prove di efficacia, che a livello mondiale ha alimentato vari movimenti e metodi in campo sanitario come “Slow medicine” (cui aderisce anche l’ospedale la Carità di Locarno) con progetti come “Fare di più non significa fare meglio”, e “Choosing wisely”. Ogni associazione di categoria dei medici specialisti è invitata a indicare almeno 5 pratiche inappropriate da evitare.

Per l’ostetricia e la ginecologia, in Italia, si è creata l’Associazione Andria, che aderisce a Slow Medicine. Ha indicato le cinque pratiche da evitare e sul suo sito fornisce  documenti utili da consultare per medici e personale sanitario.
In Ticino l’ACSI (Associazione Consumatrici e consumatori della Svizzera Italiana), che difende anche gli interessi dei pazienti, è impegnata con il suo giornale La Borsa della Spesa, in una campagna di informazione dell’Alleanza contro la sovramedicalizzazione. In questo ambito ha anche pubblicato l’articolo “Il parto ancora troppo medicalizzato”.

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